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News: : Israele: brevi appunti di viaggio
(Categoria: IoStoConOriana.it)
Scritto da pierlu
Wednesday 13 April 2016 - 22:21:25

A sentire parlare di Israele dai media si rischia di avere l’impressione di un paese in costante lotta, dove vivere è molto difficile, andarvi una sfida alla buona sorte con annessa voglia di cacciarsi nei guai a tutti i costi. Questa è stata esattamente la reazione di quelli a cui dissi che sarei andato in Israele; i più benevoli mi diedero del coraggioso, i meno benevoli del pazzo. Ebbene, dopo un po’ di giorni di permanenza in Israele posso dire che il sentire comune a riguardo si nutre di stereotipi e pregiudizi conditi da una colossale dose di ignoranza.
Tel Aviv è una città splendida, moderna, pur conservando una miriade di elementi che ricordano il passato, godereccia, piena di vita, una città che non dorme mai. Alle sette del mattino trovi gente sul lungo mare che va in bici, fa joggin, passeggia, legge il giornale sulle panchine. Inoltrandosi poi nei vari quartieri, Sarona è uno di questi che cito come esempio, ci si trova locali di ogni tipo: ristoranti, negozi, pub, gelaterie, e gente di ogni tipo, dai giovani ai più anziani, dai turisti ai soldati e soldatesse che appaiono quasi spensierati pur portando a tracollo il mitra, e tutti accumunati dalla gioia di vivere. Parlano, ridono, scherzano, mangiano, bevono, fanno la spesa, leggono, come si fa in una qualsiasi città europea. Camminando per le vie non ho mai avvertito tra la gente il benché minimo segno di paura ed io stesso non ho mai sentito la necessità di guardarmi alle spalle o di tenere la mano sul portafogli, sensazione che mi capita ogni volta che vado a Milano.
Ma Israele non è solo gioia di vivere, è anche coesistere con chi vuole distruggerti. Il viaggio mi ha portato a Ashkelon, cittadina a undici km da Gaza. Lì c’è l’Ospedale Barzilai dove ho parlato con il vicedirettore laureatosi a Bologna e quindi grato all’Italia per quanto gli ha dato. Ha snocciolato una serie di dati impressionanti, ovvero il numeri dei missili che ogni anno piovono sulla città minacciando anche l’ospedale; si va da un minimo di 300 circa a oltre 3.000 nell’anno in cui Hamas vinse le elezioni a Gaza. Lungo i corridoi, a fare da ornamento e a esorcizzare la cosa, ho visto resti di missili accartocciati e piovuti in un passato recente sulla cittadina. Eppure in quell’ospedale si curano tutti senza fare distinzioni, ebrei, cristiani, musulmani, anche pazienti provenienti da Gaza. Lì lavorano una quindicina di medici “palestinesi” con l’obiettivo, una volta formatisi, di ritornare a Gaza. Il vicedirettore abita a 500 metri in linea d’aria da Gaza, in un Moshav di circa duecento famiglie. Ci sono stato. Per entrare bisogna superare un check point dell’esercito; una volta nell’area sono stato accolto dalla responsabile del Moshav che mi ha mostrato la barriera difensiva che li separa da Gaza; a poche centinaia di metri, sotto dei cespugli stava l’ultimo tunnel scavato dai terroristi per penetrare in territorio israeliano con l’obiettivo o di uccidere qualche abitante o di rapire qualche soldato come già avvenuto in passato. Ho incontrato una pattuglia di soldati e parlato con loro; mediamente hanno vent’anni e sono fieri di servire il loro paese. Nessuno si lamenta, nessuno crede che passare tre anni sotto l’esercito sia tempo perso o sprecato, è un dovere farlo, punto. Girando all’interno del Moshav (una specie di cooperativa agricola per intenderci), si notano tre cose: ogni casa ha un rifugio antimissile; alla fermata dell’autobus che passa a prendere i bambini per portarli a scuola c’è un rifugio antimissile; accanto all’area giochi dei bambini, c’è un rifugio antimissile. Tutti, grandi e piccoli, sanno che al suono della sirena hanno tra gli 11 e i 15 secondi per mettersi al riparo. Alla mia domanda: ”Ma come fate a vivere così?” la risposta è stata: ”Ma questo è solo il 5% della nostra vita, per il restante 95% mangiamo, lavoriamo, dormiamo, ci divertiamo, facciamo l’amore, in una parola viviamo esattamente come voi.”
Molto interessante anche l’incontro con il tenete colonnello dell’Unità Cogat (Coordinamento attività di governo nei territori). Questa unità si occupa di tutti quei progetti che possono essere portati avanti e utili ai cittadini di Gaza, perché una distinzione fondamentale che fanno sempre è quella tra Hamas che è un gruppo di terroristi e gli abitanti di Gaza, ovvero i civili. Il Cogat pensa che se aiutano gli abitanti di Gaza a stare un po’ meglio, questi saranno meno propensi ad compiere atti terroristici contro Israele. Una posizione di buon senso, ma forse più una speranza che un dato concreto. Per questo motivo, Israele fornisce circa il 50% del fabbisogno di acqua a Gaza e oltre il 30% di energia elettrice, nonostante Hamas da un anno e mezzo non paghi la bolletta (alla faccia degli aiuti internazionali che dovrebbero servire a questo).
Ad Akko invece, ho incontrato Jonathan, un giovane arabo cristiano di origine libanese, rifugiato politico in Israele con la famiglia quando lui aveva 9 anni, ora ne ha 25. Oggi è portavoce dei diritti LGBT dei cristiani arabi. Mi ha raccontato la sua storia, la fuga dal Libano al termine della guerra civile, la sua venuta in Israele, paese a cui è grato per averlo accolto. Israele è l’unico paese del Medio oriente dove un gay può vivere tranquillamente, far parte di un’associazione, battersi per i diritti di quei gay di origine araba che hanno paura a mostrarsi. Nell’islam, infatti, non c’è posto per un gay o una lesbica, si rischia la condanna a morte o la morte civile. Ad Akko, cittadina israeliana in cui la popolazione è al 90% araba e musulmana, lui fa questo: dare aiuto e sostegno ai gay arabi e musulmani.
Salire sulle alture del Golan e sul monte Bental in particolare, ti fa capire il legame stretto che c’è tra la sicurezza di un paese e la geografia. Da lì si domina tutta la valle sottostante, ovvero Israele. Lasciare il Golan rappresenterebbe per Israele un grave pericolo; già in passato nella guerra del ’67 la Siria l’attaccò da quelle alture, ora che la situazione in Siria è difficile e complessa e che una parte del suo territorio è controllato dall’Isis, tenere quelle alture è ancora più strategico.
A Gerusalemme ho incontrato Gilad Segal di NGO Monitor, la più importante organizzazione israeliana che si occupa di Bds (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni). E’ incredibile come un fiume di denaro proveniente anche dall’Europa finisca nelle mani di molte NGO che li usano per discriminare Israele, l’unica democrazia dell’intera zona Mediorientale.
Gerusalemme ha sempre un fascino particolare; camminare nella città vecchia è come attraversare millenni di storia e c’è da stupirsi come convivano arabi, cristiani, ebrei, armeni, forse perché ci pensa Israele a mantenere sotto controllo la situazione. Non dimentichiamo che lo statuto di Hamas prevede come obiettivo politico/religioso la distruzione di Israele e la cacciata degli ebrei, ma c’è da credere che se lì comandassero loro sarebbero in grave difficoltà anche le altre comunità non musulmane. Per fare la pace bisogna essere sempre in due a volerlo, se uno dei due persegue la distruzione dell’altro, la pace sarà impossibile.
Israele non è un paese monolitico. Al suo interno troviamo di tutto: ci sono gli ortodossi, gli ultra ortodossi (una parte di loro pensa che lo stato di Israele non dovrebbe esistere perché questo impedisce la venuta del Messia), i tradizionalisti, i nazionalisti, gli arabi israeliani e i laici. Metterli d’accordo tutti è impossibile, ma Israele rimane l’unica vera democrazia della zona pur con i limiti e le contraddizioni che una democrazia inevitabilmente mostra.
Quello che mi porto via da questo viaggio è la sensazione di un paese che non chiede altro che di poter vivere in pace, e che pur trovandosi costantemente minacciato a nord dalla Siria o da ciò che ne rimane (non scordiamoci l’Isisi) e dagli Hezbollah libanesi, (il partito di Dio) il gruppo terroristico sciita finanziato dall’Iran, a est dai palestinesi della Cisgiordania, a sud da Hamas nella striscia di Gaza, non vuole rassegnarsi e vuole vivere, vivere, vivere, semplicemente questo. Consiglio: l’unico modo per capire che cosa sia davvero Israele è andarci.



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